lunedì 15 novembre 2010


Piove, piove, piove e ancora crolla pioggia sulle teste già bagnate dagli umidi pensieri della notte che ammazza, grida, spinge dietro nere ombre, l'alito pesante che si ebria nell'aria rarefatta tra nebbia e gocce brillanti come fuochi di capodanno. Si muove a quattro, sette, dieci zampe a terra, aggrappate allo specchio rinfranto della strada, alzando lo sguardo, lentamente, nel torbido tempo del cadere, su di lui gocce come spine, trapassano il tessuto mio intricato, e ancora la maglietta ormai brocca, e ancora il corpo nudo di un verme inerme alla piena di foglie levigate e acqua riflessa alla luce delle torri di controllo.

Una bottiglia al vezzo delle sue paure, posata all'angolo della balconata, pende nel vuoto mentre versa tutto il suo nettare nelle bocche dell'incapace, perché bene si nasconde tra le acque del lago incantatore, nel quale si getta in corsa. Il suo tuffarsi non merita attenzione, se il mare lo sommerge e non c'è forza che risponda alla compressione del corpo.

Solo, fluido nel fluido acceca i suoni gracchianti delle sirene della città, che a guardia di tanto affanno, ci muore dentro da secoli.

E intanto scorre contro te stesso tutto, placca il petto, blocca la bocca, immerge fuoco nel fiume contrario dei treni cechi della sua perfidia, monta cavalli dalla criniera di terracotta, sepolta nel dimenarsi di viva inerzia sociale e preconcetti fallimentari mal riposti in menti chiuse da piloni di idee, che se a cadere fossero loro, tutti pregherebbero perché fosse la sola cultura a morire e rinascere, perché imprigiona ciò che libera, il sol arbitrio di un uomo che è l'ascoltare il suono della pioggia.

Si arrampicano, si dimenano e soppalcano, castelli di ferro in comodo rivestimento di lana rossa del sangue dei miei. Montano pezzo su pezzo la babele delle mille lingue che nessuna lingua parla, perchè ogni voce confonde l'altra, e mentre sono corretto con le mie idee, dimenticò che cosa era la libertà che pregavo, invadendo la casa dei miei vicini, a morire i profani della torre, per scoprire che vittima e bestia erano la stessa identica GOCCIA.


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Destruction of the Army of Sennacherib

Destruction of the Army of Sennacherib
Sennacherib, in lingua accadica " Sin (Il Dio della Luna) ha preso mio fratello al mio posto" . Dal secondo Libro dei Re, Cap. 19: "..in quella notte l'angelo del Signore scese e percosse nell'accampamento degli Assiri 185.000 uomini."