
Una bottiglia al vezzo delle sue paure, posata all'angolo della balconata, pende nel vuoto mentre versa tutto il suo nettare nelle bocche dell'incapace, perché bene si nasconde tra le acque del lago incantatore, nel quale si getta in corsa. Il suo tuffarsi non merita attenzione, se il mare lo sommerge e non c'è forza che risponda alla compressione del corpo.
Solo, fluido nel fluido acceca i suoni gracchianti delle sirene della città, che a guardia di tanto affanno, ci muore dentro da secoli.
E intanto scorre contro te stesso tutto, placca il petto, blocca la bocca, immerge fuoco nel fiume contrario dei treni cechi della sua perfidia, monta cavalli dalla criniera di terracotta, sepolta nel dimenarsi di viva inerzia sociale e preconcetti fallimentari mal riposti in menti chiuse da piloni di idee, che se a cadere fossero loro, tutti pregherebbero perché fosse la sola cultura a morire e rinascere, perché imprigiona ciò che libera, il sol arbitrio di un uomo che è l'ascoltare il suono della pioggia.
Si arrampicano, si dimenano e soppalcano, castelli di ferro in comodo rivestimento di lana rossa del sangue dei miei. Montano pezzo su pezzo la babele delle mille lingue che nessuna lingua parla, perchè ogni voce confonde l'altra, e mentre sono corretto con le mie idee, dimenticò che cosa era la libertà che pregavo, invadendo la casa dei miei vicini, a morire i profani della torre, per scoprire che vittima e bestia erano la stessa identica GOCCIA.
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