
Teste di falena battono ciglia senza percuotere l'aria e mentre credono di attraversare il pacifico, nello spazio malaticcio dei sensi, restano fermi esattamente qui, dove qui vuol dire istante, mai ripetuto, mai visto, mai vissuto, nel totale assimilato. Crocifisso per barbarie dalla giusta causa del capro espio delle colpe del mondo, mi fingo trafitto dalla bassa aristocrazia delle ragioni ante litteram, macabre alla vista e marmo al peso dei ricordi.
Mi fingo vento, spostando foglie sparse a terra, tra destra e sinistra, e poi in avanti con calci nello stomaco della verde pioggia appassita al tempo, e strofino mani al pungere del freddo mentre l'aria si cristallizza ogni volta che emetto urli e suoni dalla bocca, in concerto di primavera al primo albero spoglio che denti stringe senza chiedere pietà alcuna.
Sorta di color arancio tentenna nel panorama ai colpi di neve che trafiggono la terra inerme, su cui poggio i passi nell'attraversar di questo parco chiuso in prospettiva al varco di una meta che si riduce ad un punto. Finto. Senza alcuna consistenza, non ha importanza finchè non procedo tra le foglie a raggiungerlo con ostinato desiderio.
Versi in rime, strofinati al petto, accartocciati al ventre, artefatti d'amore solido retti da vecchi preconcetti che nessuno ascolterà, mordono fegati smessi dal santo pio vizio della normalità assunta.
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